Non amo la corsa in sé e per sé ma le sensazioni che questa mi dà.

Amare la corsa significherebbe amare la fatica nella sua essenza più pura. 
E, quando ci penso, capisco perché le persone che non corrono non riescono a sintonizzarsi sulla mia, sulla nostra, lunghezza d’onda.

Amare la corsa vorrebbe dire amare le vesciche che ti vengono ai piedi quando aumentano i chilometri, le unghie che ti saltano e che fanno fatica a ricrescere, i segni di guerra che si formano sul corpo dove gli abiti vanno a strofinare di più e quei tagli che bruciano in maniera così acuta, quando ti metti sotto la doccia per lavare via il sudore e la fatica.

Amare la corsa vorrebbe dire amare i dolori che, come fitte, ti entrano nella carne e nei muscoli, il battito affannato del tuo cuore quando non hai più fiato o la sofferenza psicologica che si accumula chilometro dopo chilometro, quando il tuo corpo ti suggerirebbe di fermarti ma il tuo cervello ti comanda di andare.

Amare la corsa è da pazzi, lo so… Ma poi c’è quella forza oscura che ti richiama a sé, alla fine di ogni duro allenamento o di ogni gara sofferta, quando ripeti nella tua testa che non lo rifarai mai più.

Io la chiamo “l’insostenibile leggerezza del correre”. È la sensazione unica che ti regala questo sport e che assomiglia tanto al volare. In fondo, quando corriamo, c’è un momento in cui entrambi i nostri piedi si sollevano da terra. Ci avete mai pensato? Forse questa è la chiave di lettura del tutto.

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