Un giorno succede che mi si rompe lo sportwatch e sono in vacanza (musica drammatica di sottofondo). Pigio i tasti come una forsennata ma il maledetto joystick è passato a miglior vita. Non posso crederci. Cerco di far partire il cronometro ma mi si attiva la sveglia (alle 2.30 del mattino), cerco di tornare nella schermata home ma mi parte il conteggio delle vasche di nuoto (3k in meno di un’ora, ma figurati!).

La sentenza è ineluttabile. Dopo anni di onorato servizio il compagno di mille avventure mi ha abbandonata.

Sono convinta però che tutto accada secondo un disegno.

È in questo momento, infatti, che mi rendo conto di essere una Gps dipendente.

Una dipendenza che caratterizza molti di noi runner, già oggetto dell’inebriante dipendenza alla corsa. (ma non dicevano che correre è uno sport sano?)

Se fossi una persona ragionevole, piegherei il capo e me ne farei una ragione. Ma sono intossicata fino al midollo e la crisi d’astinenza è dietro l’angolo. Inizio a ringhiare pensando che il giorno dopo dovrò allenarmi. Ho con me solo il mio cronometro giallo che però risulta inutile su un percorso senza i km segnati. Come farò? Che ne sarà della mia magica tabella?

Per fortuna, un’anima pia mi allunga il suo Gps. Provo un piacere indescrivibile nel mettermelo al polso e nel sentire il confortante bip che scandisce ogni km. Lo guardo in continuazione, lo cullo con il movimento del mio polso, osservo il suo minuzioso registrare la mia andatura. Lo metto in pausa con orgoglio al termine di ogni ripetuta, lo fermo con soddisfazione alla fine della corsa.

Grazie di esistere, grazie di esserci, grazie a chi ti ha inventato. Correre a sensazione ha un che di liberatorio ma credo di essere più portata a vivere con questa inebriante schiavitù.

Ps. A chi mi ha prestato il suo Gps: scordati di riaverlo prima della fine delle vacanze 🙂

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