Passare dall’inferno al paradiso. Nella Firenze dantesca si può. Il mio esordio in maratona, scaramanticamente tenuto quasi segreto, ha avuto un che di espiatorio. “Forse ho commesso dei peccati orrendi e sono qui ad espiarli”, pensavo tra me e me questa mattina, mentre la pioggia battente mi accecava gli occhi, il vento gelido sferzava le mie mani così gonfie e insensibili da non riuscire nemmeno a battere i tempi del Timex e un ramo mi cadeva sulla testa al 30esimo km…

Questa mattina, a Firenze, c’era un tempo da tregenda. Un tempo totalmente inaspettato che ha portato tanti atleti al ritiro per ipotermia, tra cui il mio fortissimo compagno di squadra Fabrizio. E a nulla è servito maledire Giove pluvio perché, fino al mio 33esimo km, l’acqua è scesa dal cielo spinta da un vento sferzante.

Ma Firenze è stata la mia prima maratona e questo basta a renderla speciale. Una maratona che ho voluto portare a termine con il coltello tra i denti perché sapevo che l’emozione dell’arrivo sarebbe stata così grande da lasciare in me un ricordo indelebile di questa avventura.

Un’avventura nata quasi per scherzo, quando
il coach, durante un tranquillo pomeriggio di luglio, mi instillò questo pensiero: “Francesca (mia compagna di squadra, ndr) correrà Firenze. Perché non provi anche tu? Vi potete allenare insieme”. Negli anni ho capito una cosa. Che se il coach ti dice di fare una gara è perché sei pronto ad affrontarla. Durante il mese di agosto ci ho rimuginato parecchio, finché a settembre ho deciso di iniziare la preparazione, pur avendo di fronte il temuto mese delle fashion week.

Ho scelto però un approccio soft alla maratona. “Vediamo come va la preparazione”, mi sono detta. Non ne ho voluto parlare nemmeno in maniera palese sul blog per scaramanzia. Non ho voluto condividere il dettaglio di tutti i miei allenamenti, degli acciacchi e dei momenti di difficoltà perché, fino all’ultimo, non sapevo se ce l’avrei fatta.

Non avevo visibilità sulla tabella se non settimanalmente. Le uniche corse che avevamo fissato in calendario erano i lunghissimi (30, 34 e 38 km!). Non avevo un tot di allenamenti fissi. Ci sono state un paio di settimane in cui ne ho fatti quattro, settimane da un solo allenamento, in media tre. Questo perché la mia agenda mi portava a dare priorità ad altri impegni professionali e ai viaggi di lavoro.

Ho capito pian piano che la maratona non era lo spauracchio che mi ero sempre immaginata. Che il corpo si abitua a tutto, basta accompagnarlo “dolcemente” verso l’obiettivo. E così ho visto il traguardo avvicinarsi sempre di più. Come oggi, del resto, quando il ritmo dei miei passi e la pioggia battente scandivano i km, che volavano via così leggeri. Mai un tentennamento. Mai un cedimento fisico. Solo un po’ di rabbia nei confronti di questo meteo infame che mi ha impedito di godere davvero la gara, come tutti mi avevano consigliato di fare.

Fino a quando, al 38 esimo km, mentre la folla del centro di Firenze ci incitava a non mollare, il cielo si è aperto e un sole abbagliante mi ha colpito gli occhi stanchi per tutta l’acqua che avevano preso. Lì ho capito che ce l’avrei fatta e con un crono migliore di quanto avrei immaginato. Mi sono abbandonata come un automa al passo delle mie gambe, pensando a tutte le persone che in questi tre mesi di preparazione mi sono state vicine, a Francesca che ieri ha conquistato il suo personale scendendo sotto le quattro ore, a tutti coloro che mi vogliono bene e anche a quelli che bene non me ne vogliono ma che ora mi mangerò come una tazza di cereali a colazione.

Perché, dopo aver portato a termine una maratona, i torti degli altri mi scivoleranno addosso come le gocce d’acqua che ieri mi hanno dato così fastidio ma che ho saputo dominare. Fiduciosa che il sole, alla fine, sarebbe spuntato tra le nuvole.

 

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